(Ogni caso)
Poteva accadere.
Doveva accadere.
Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno, un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.
È accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
È accaduto non a te.
Ti sei salvata perché eri la prima.
Ti sei salvata perché eri l’ultima.
Perché da sola. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra.
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.
In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.
Dunque ci sei? Dritto dall’attimo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.
(W. S. , Ogni Caso, 2003)
A casa mia vige una sorta di tradizione educazionale (non educativa, sono due parole diverse): ci imponiamo la lettura dei premi Nobel per la letteratura che l’Accademia svedese assegna ogni autunno. Non so se definirlo un collaterale effetto della grande pubblicità che segue la premiazione o una matura e consapevole scelta culturale, per altro non particolarmente originale, che consiste nel disperato tentativo di colmare indubbie lacune intellettuali. Fatto sta che seguiamo il gossip precedente la premiazione, scommettendo sul nostro candidato preferito e infervorandoci quando vince la persona che non amiamo (oppure che, più spesso, non conosciamo). Per fare degli esempi recenti: Kértesz e Cotzee erano quelli su cui avevamo scommesso e di cui avevamo già molto letto per avvantaggiarci, Jelinek e Pamuk sono stati una lieta imposizione e una bella scoperta. Il premio della Lessing (Doris finalmente!) è stato il più bello, come fosse un premio mio, eppure ha generato la somma amarezza di mia madre che puntava, ancora una volta, su Roth. Per finire l’eccezione alla regola: Le Clézio (2008) il quale, a tutt’oggi, si può dire che sia rimasto per noi un totale sconosciuto.
La lunga parentesi introduttiva doveva servirmi a presentare il personaggio del titolo, vale a dire Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura nel 1996 “per la poesia che con ironica precisione permette al contesto storico e biologico di venire alla luce in frammenti di realtà umana”. È impressionante quanto sia esatta questa frase “ufficiale”, tanto che aggiungerne un’altra amatoriale sarebbe ora inutile, oltre che ingiurioso. Lontano dall’ufficialità ecco allora che un margine d’intervento sembra apparire all’orizzonte nel tentativo di ritrarre in modo personale questa donna incredibile. Anche “donna incredibile”, davvero, che brutta espressione.
Ho letto le prime poesie di Wislawa nel 2002, quando ero iper-sensibile e iper-ignorante (e le due cose naturalmente si compensavano), e l’esperienza di leggere fu per me importante, più ancora che vivere altre esperienze. Il Nobel l’aveva vinto diversi anni prima ma all’epoca ero troppo piccolo per partecipare alla tradizione educazionale familiare, così il piccolo volume (la prima edizione italiana di “Gente sul Ponte”, Scheiwiller, Milano 1996) fu fagocitato dall’antro buio di camera mia solo anni dopo.
Pensavo fosse una mia personalissima gioia. Una piccola-grande poetessa polacca tradotta in italiano, un piccolo-grande libricino pieno di perle, di magia, di intimità, di malvagità tipicamente umana.
Più ancora che una scoperta mia, però, capivo come fosse stata lei a scoprire me. Lei che mi diceva cose che mi rigiravano nell’adolescenziale testa, poi diventata adulta, come ritornelli musicali di canzonette estive (Non accusarmi anima/ se ti possiedo di rado). Wislawa mi spiegava la mia intimità (Ascolta/ come mi batte forte il tuo cuore) e il mio modo di amare e di odiare, di essere invidioso, di osservare le cose (Discorso all’ufficio oggetti smarriti), quotidiane (e preziosissime) che la vita ci propone. Leggevo le sue poesie con la torcetta da agente segreto, sotto le coperte, per proteggerle (proteggerci) dal mondo, per salvaguardare questa mia intimità rivelata (la rete aveva un solo buco/ e tu proprio da lì?). Lei mi confessava, in senso religioso, e non chiedeva nulla in cambio. Io invece, avido del mio tepore , la nascondevo sotto il cuscino e mi nutrivo, unico commensale, di immagini sue.
Una volta feci il magnanimo gesto di confidare a mio padre questa mia scoperta scoprendo così tutta la scomoda verità sulla faccenda. Quando la storia del Nobel venne a galla, insieme ai milioni di copie vendute in tutto il mondo, mi sentii mancare. Mi dissi: se a tutte quelle persone piace, tanto da comprare i suoi libri, allora condividono almeno in parte la mia intimità, il mio modo non tanto di pensare quanto di guardarmi allo specchio le pudende (!), di fare le cose da soli, al sicuro e con la porta chiusa, di dirmi la verità scomoda che fuori non si ammette. Di emozionarmi come se. E come quando.
Insomma la mia intimità (la nostra, mia e di Wislawa) era condivisa da troppe persone adesso e mi sentivo nudo e tradito, per niente “parte di qualcosa”. La poesia è diversa dalla narrativa. È bello parlare con qualcuno di un libro che si è apprezzato allo stesso modo; dei personaggi, delle atmosfere. Con la poesia invece, per me, è diverso. Essa rimane nella sfera emozionale più impenetrabile, più inscindibile dal proprio inconscio e quindi più difficilmente condivisibile. Servirebbe un poeta privato per ognuno di noi. Ed io scelgo Wislawa Szymborksa.

Una mia amica, pur conoscendomi da poco tempo, mi ha regalato una riedizione del famoso libretto galeotto di cui sopra, in occasione della mia laurea. Mi ha fatto pensare a te, mi ha detto. Io, inizialmente attonito, non le ho detto nulla di tutta questa segreta storia d’amore che mi lega a Wislawa da anni.
Semplicemente, commosso, mi sono limitato a rileggere quelle poesie come fosse la prima volta.
Le poesie di Wislawa Szymborska sono ora riunite nella preziosa edizione “La gioia di scrivere. Tutte le poesie 1945-2009”, Adelphi 2009, pp. 774, nella traduzione di Pietro Marchesani cui va tutto il mio affetto e la più sincera ammirazione.




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