Leggermente in anticipo sui tempi, la Galleria Borghese inaugura l’anno caravaggesco (IV centenario della morte dell’artista) con la tanto attesa mostra che vede a confronto il celebre pittore lombardo e il celebrale Francis Bacon. Pur non essendoci alcun riferimento esplicito al Caravaggio nell’opera dell’irlandese le suggestioni “veriste” rimangono impresse come tracce mnemiche nello spettatore, tanto che forse neppure i (pochi) criticissimi visitatori competenti avevano storto il naso appena saputa la notizia. Basta infatti la tangenza delle sensazioni evocate dalla produzione dei due maestri e qualche, discutibile, parallelo biografico (ancora la storia di Caravaggio pittoremaledetto-giocatoredazzardo-omosessuale?!?) a creare il presupposto. Questo, insomma, l’esordio un po’ confusionario, scientificamente parlando, dell’evento.
Venendo però ai fatti: numerose le opere che valgono la visita. A cominciare dal superbo Martirio di Sant’Orsola che torna alla Borghese da Napoli dopo che qui era stato presentato il suo restauro, per continuare con la (ridipintissima) Negazione di Pietro del Metropolitan di New York. Qualche perplessità permane a proposito della scelta di portare in mostra opere romane conservate nella loro sede originale, come la Caduta di Saulo da Santa Maria del Popolo e La Madonna dei Pellegrini da Sant’Agostino (coronando forse il sogno di Scipione Borghese, noto e avido collezionista del Merisi). Alle tele del maestro lombardo di sommano i 20 lavori di Bacon, alcuni anche molto significativi, come il Tryptich August 1972 della Tate di Londra ed altri, assolutamente inediti per il pubblico italiano, provenienti da collezioni private.
Il tentativo è quindi interessante sulla carta: dichiaratamente non c’è intento scientifico, nessuna dipendenza da dimostrare, nessun lavoro di scrutinio analitico e accademico ma solo una suggestione per liberare la mente, provare paura delle proprie emozioni e cogliere le assonanze, senza la necessità di dimostrarle. Simpatetico è infatti l’accostamento dei due grandi artisti i quali sembrano dialogare, a centinaia di anni e a migliaia di kilometri di distanza, nelle nostre coscienze, stimolando a volte sensazioni viscerali e intime, a volte laceranti richieste di approfondimento (etico ma anche culturale), sconvolgenti richiami a noi stessi, alla nostra natura prettamente umana, anche se eticamente religiosa in Caravaggio e cinicamente psicoanalitica in Bacon. Eppure.
Eppure qualcosa non va. Dove è infatti finito Francis Bacon? La sensazione è dominante e condivisa al ritiro dei cappotti in guardaroba. Mai si è (mis)conosciuto un Bacon più sottotono di così. Dopo aver visto lui eclissare i suoi compagni di stanza nei musei di tutto il mondo (di tutto il resto del mondo) con quei suoi protagonisti adagiati in pose scomode su monumentali e inquietanti polittici! Dopo che i suoi colori acidi, illuminati da quella lampadina senza paralume che apriva, ogni volta, uno squarcio dentro noi spettatori sensibili! Dopo aver quindi permesso che le sue immagini si accostassero di diritto attraverso una libera associazione di pensieri a quelle dell’eterno Caravaggio, ecco che alla sfida, o al gemellaggio, ne esce sconfitto o, meglio, non si presenta proprio.
Colpa soprattutto della cornice smagliante della Borghese, luogo con la più alta densità di bellezza del mondo (e con il più cospicuo nucleo di opere di Michelangelo Merisi); serbatoio saturo di sensazioni, dove tutto ha un posto assegnatogli dalla Storia, dalla storia dell’estetica e della museologia. Ecco che la magia si compie: i padroni di casa (Bernini: primus inter pares?) assecondano Caravaggio (che lo smargiasso all’interno della Galleria lo fa da alcuni secoli), mentre il nuovo arrivato, di cui si erano sentite diverse eco nelle parole dei turisti o degli storici dell’arte che facendo il sopralluogo avevano deciso per questo evento, è messo in un angolo con i suoi acrilici accesi e dissonanti, assorbiti dagli ori delle modanature e dai policromi lucenti dei marmi. Non c’è gara, non c’è confronto. Rimane la pregevole idea e la vana illusione che questa mostra sarebbe stata “importante” per la nostra emotività artistica. E rimane un bel catalogo, all’interno del quale l’esperimento effettivamente riesce. Ma di nuovo di carta patinata parliamo, estranea ad entrambi gli artisti.
Roma, Galleria Borghese
2 ottobre 2009 – 24 gennaio 2010
a cura di A. Coliva e M. Peppiatt
http://www.comitatinazionali.it/genera.jsp?id=407
http://www.mondomostre.it/mediacenter/FE/CategoriaMedia.aspx?idc=20&explicit=NO




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