“Workingman’s Death“, Michale Glawogger, 2005
“Non si può mangiare
né bere per otto ore di fila
e neppure fare l’amore.
La sola cosa che si può fare per otto ore è lavorare.
Ed è questa la ragione per cui gli esseri umani
rendono così tristi ed infelici se stessi e gli altri.”
Semplicemente il documentario contemporaneo più sconvolgente sul lavoro manuale. Uomini e donne che sembrano dipinti, così come le porzioni di mondo raccontate in “Workingman’s Death“, testimoni della vita e della morte del “lavoro di fatica” e dei suoi protagonisti.
Perdendosi in luoghi accuratamente scelti, Michael Glawogger svela quel lavoro rimasto identico nei secoli, quasi fosse immune agli sviluppi della tecnica, che impiega sempre più persone a fronte della produzione del mercato globale, che diviene sproporzionato. Svela quel lavoro che è fatto solo per sopravvivere, che non riesce mai a piacere nemmeno a chi gli dedica la vita intera, alla faccia del tempo.
“I work to survive. No more, no less.”
(minatore ucraino)
Tra est Europa, Africa, e soprattutto Asia si snoda il racconto: sia per la qualità tecnica delle riprese che per la qualità narrativa (individui gestiti dal regista come attori, tanto da far pensare a chissà quanti ciak), l’attenzione è imprigionata. Il documentario scorre suddiviso in sei episodi, accompagnato da una colonna sonora che di volta in volta si cala nelle immagini, dominate prevalentemente dai suoni e rumori delle attività manuali con qualche accenno a canti o musiche tipiche. E in conclusione troviamo anche un epilogo. Perché se in Workingman’s Death si annega quasi sempre nell’abisso della sopravvivenza, nella visione complessiva che l’opera tenta di dare c’è uno spazio per intravedere una cultura industriale con esiti potenzialmente differenti, anche se individuata solo in una struttura.
Forse non c’è niente di così straordinario nell’idea di Glawogger. Parte dal presupposto che il lavoro manuale sotto pagato, sfruttato, in condizioni di disagio estremo, senza precauzioni e dove non esiste il concetto di “morte bianca” ma solo quello di morte nera è parzialmente invisibile al resto del mondo (“ che non lo vive, e da qui la sua voglia di raccontarlo. Non ci sono indagini socio economiche o punti di vista sul capitalismo postmoderno, nessuno studio riguardo i lavoratori dello zolfo indonesiani piuttosto che i macellai di Port Harcourt. C’è la telecamera, la capacità di gestire i soggetti e la memoria fotografica dello spettatore che inevitabilmente, e non solo dai contenuti più estremi, viene intaccata.
Un semplicissimo sensibilizzare. Di recente mai fu così ben accetto. Soprattutto quando ne esce un quadro dipinto perfettamente, un eccesso di realtà che appare come surreale. Indigeribile.
“This job is death itself.
One false step and it’s an 80-meter drop.
Or a hunk of steel falls on your head.
Or the residual oil and gases could ignite.
Death is always with us.
We have to defeat our fear or
we can’t do this work.”
Se come dice Emanuele Di Nicola “..è sempre il dibattito stimolante, mai la sola risposta.”, non possiamo non pensare dopo la visione di Workingman’s Death alla differenza di percezione della povertà nell’occidente, alle motivazioni del perché milioni di abitanti del pianeta ogni anno emigrano preferendo di vivere ai margini di una società piuttosto che scomparire nella loro, alla ragione che possa spingere qualcuno a ringraziare Dio per avergli dato la capacità di fare qualcosa che noi non avremmo mai voluto vedere.
http://it.wikipedia.org/wiki/Workingman%27s_Death, pagina Wikipedia.it
http://www.imdb.com/title/tt0478331/ , scheda di IMDB
http://www.nytimes.com/2006/02/24/movies/24deat.html , recensione del New York Times
http://www.spietati.it/archivio/recensioni/rece-2005-2006/w/workingmans_death.htm, recensione de “Gli Spietati”






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