L’Elefante ha messo le ali. L’india del XX secolo, Antonio Armellini, Università Bocconi Editore, Milano 2008
di Paola Bolognini

“Duale”, “a strati”, “paese carciofo”, queste sono alcune delle definizioni che Antonio Armellini nel suo “L’elefante ha messo le ali. L’India del XX secolo.” sceglie per descrivere l’India contemporanea. Nonostante la complessità dell’argomento, l’autore si muove agilmente nel dedalo della realtà indiana e offre del Paese un quadro completo in cui l’analisi politica si accompagna a quella sociale, economica e storica, permettendo al lettore di abbandonare le banalizzazioni o le categorizzazioni dicotomiche e rigide che spesso ricorrono nei giudizi superficiali sul tema.
Armellini pone innanzitutto l’attenzione sulla peculiare struttura istituzionale indiana, quella democrazia che, seppure imperfetta e non scevra di limiti e difetti, è il garante di ultima istanza dell’eterogeneità religiosa, etnica e linguistica dell’”Unione di stati” che forma la Repubblica Indiana. Richiamandosi alla Costituzione statunitense e alla prassi costituzionale britannica e facendo propri, quindi, ideali di matrice occidentale, gli indiani sono riusciti a forgiare un modello che risponde a un carattere nazionale unitario, in grado di trattenere le eventuali spinte centrifughe, tipiche di un Paese così grande e in cui, almeno nelle intenzioni, tutte le etnie, le minoranze e le religioni presenti hanno lo stesso diritto di cittadinanza. Con tutti i se e i ma del caso – l’inefficienza burocratica, la corruzione, il nepotismo o l’estrema frammentazione partitica attuale – la democrazia indiana esiste, è un dato di fatto ed è, anzi, un punto di forza del Paese. Non è da sottovalutare infatti, afferma l’autore, come una tale stabilità politica nel lungo periodo offra maggiori garanzie agli investitori stranieri rispetto ad un sistema autoritario come quello vigente in Cina, grande competitor e costante pietra di paragone per gli Indiani.
La stratificazione della società indiana è oggetto del secondo capitolo, dove vengono affrontati temi quali il sistema delle caste, il clivage città-campagna e la nascita della nuova middle class indiana, alfiere di una mobilità sociale sino a qualche anno fa ritenuta impossibile e ora chiave d’accesso a un potenziale arricchimento diffuso ma che, a conti fatti, riguarda ancora una fetta relativamente esigua della popolazione. L’autore sottolinea come il sistema delle caste rappresenti un tratto unico e caratteristico dell’India nonché, probabilmente, uno degli elementi meno intelligibili all’occhio di un osservatore occidentale. Quale sia la vera natura dell’origine del sistema castale (l’interpretazione più diffusa a tal proposito è che sia rituale-religiosa, connessa al binomio purezza/inquinamento), sarà il Colonialismo inglese a studiare con attenzione le caste e a introdurre rigide separazioni tra di esse, ricorrendo ad un divide et impera funzionale agli interessi del Raj. Il fatto poi che la stessa Costituzione dell’India indipendente all’articolo 17 vieti l’intoccabilità ma non le caste in quanto tali e, anzi, all’articolo 47 disciplini la protezione di quelle più basse e ne riconosca così implicitamente l’esistenza, complica ulteriormente la lettura del quadro. In realtà, con l’India indipendente, il sempre maggiore sviluppo economico del Paese, l’inurbamento e l’industrializzazione, i confini esistenti tra casta, ruolo professionale e condizione economica si sono fatti sempre più labili, ma non hanno sopito il senso di appartenenza alla casta stessa, intesa come collante comunitario e assertivo di un’identità definita. In questa cornice l’autore si chiede se ancora sia opportuno parlare di un ruolo condizionante delle caste nella società indiana e la risposta sembra essere positiva. Il clivage città-campagne gioca un ruolo decisivo perché, nonostante il dinamismo tipico della nuova borghesia del commercio e delle professioni che vive nelle grandi città, il 60% della popolazione abita in zone rurali, dove la suddivisione castale, caratterizzata da un immobilismo rilevante, ha ancora un peso sociale decisivo. Il fatto che alcuni dalit (intoccabili) abbiano ricoperto, e ricoprano, ruoli istituzionali prestigiosi è un dato importante, ma sembra comunque che la casta continui ad avere una sostanziale funzione di ammortizzatore sociale. Laddove definisce posizioni e ruoli accettati da chi si trova in posizioni subalterne (in quanto derivanti da un ordine immanente tipico dell’Induismo) permette uno sviluppo diseguale senza particolari ripercussioni sociali.
Il divario tra mondo rurale e realtà urbana rappresenta un altro punto importante nell’analisi di Armellini. Se è vero che il Paese nel 2006/07 è cresciuto a un tasso del 9,6% annuo e che un recente studio della McKinsey prevede che da qui a 15 anni la classe media Indiana sarà passata da 50 a 583 milioni di persone, è vero anche che la crescita fino ad ora registrata non ha prodotto quel trickle-down effect che avrebbe dovuto “investire” positivamente anche le aree rurali, a riprova di questo, circa la metà della popolazione continua ad avere un reddito inferiore a un dollaro al giorno. L’India della borghesia emergente, totalmente presa dalla ricerca del proprio benessere e altrettanto dimentica dello stato di prostrazione in cui vivono milioni di persone, è la stessa India nella quale le grosse multinazionali stanno cominciando a investire massicciamente in tecnologie per permettere ai prodotti agricoli di arrivare alla grande distribuzione internazionale e in cui i contadini, vittime della parcellizzazione terriera e di una pressoché totale assenza di strutture adeguate per il finanziamento rurale, cadono vittime di usurai e arrivano a togliersi la vita (si parla di oltre 22.000 persone in 10 anni). Le faglie nascoste dei movimenti irredentisti presenti nel Nord Est del Paese e, soprattutto, la complessa questione naxalita sono gli argomenti a cui l’autore dedica le pagine finali del capitolo. Ad un’analisi dettagliata della genesi del movimento naxalita – nato nel 1967 nato da una costola dissidente del Partito Comunista del West Bengala la cui composizione iniziale era sociologicamente assimilabile ad alcuni movimenti terroristico-rivoluzionari Occidentali – si accompagnano le considerazioni sull’evoluzione del movimento, il cui ascendente puramente ideologico ha ceduto il passo alla capacità di interpretazione del malessere dei gruppi tribali e della popolazioni contadine.
Il terzo capitolo analizza invece gli strumenti atti a formare il consenso e offre una panoramica esaustiva del sistema mediatico indiano (libero e pluralistico, caratterizzato dalla presenza di diverse emittenti televisive e giornali), delle varie componenti della società civile (ONG, movimenti per i diritti civili, il ruolo delle donne e quello dei militari) e del complicato problema delle minoranze etniche (i tribals, cioè i nativi che dipendono economicamente e culturalmente dalla foresta) e religiose (la componente islamica e le minoranze sikh, cristiana, buddista e parsi). La convivenza hindu con la comunità musulmana (spesso si dimentica che con i suoi 150 milioni di musulmani, l’India è il secondo Paese islamico al mondo) affonda le sue radici nella notte dei tempi e non è passata indenne dalla tragica partition che, all’indomani dell’indipendenza, diede vita ai due stati, il Pakistan e il Punjab Indiano. Nel corso degli anni, non sono stati rari i casi in cui l’ostilità religiosa tra le due componenti sia sfociata in sanguinosa violenza e, nonostante le garanzie costituzionali più volte citate, una percentuale considerevole della comunità islamica vive in una condizione socio-economica disagiata e, in Parlamento, i deputati musulmani sono solo 33 su 543.
Nel quarto e nel quinto capitolo, Armellini delinea il ruolo dell’India come attore globale, le sue ambizioni e i tentativi di divenire una superpotenza, tesa tra l’eredità del non allineamento di Nehru, il fondamentale quanto discontinuo rapporto con gli USA e il costante paragone con la Repubblica Popolare Cinese. Quest’ultima se da un lato è percepita come un competitor, anche per questioni territoriali, dall’altro rappresenta un partner economico sempre più importante, tanto da fare pensare che la lotta per l’egemonia, se mai ce ne sarà una, verrà combattuta con le armi affilate del soft-power. L’autore continua l’analisi della politica estera di Nuova Delhi affrontando i punti caldi del rapporto con il Nepal, definito come un vassallo riottoso, di quello con il Pakistan, segnato in nuce dal dramma della partition, e dell’eterno dilemma del Kashmir, vittima e insieme concausa dell’intricato rapporto fra India e Pakistan.
Il sesto e ultimo capitolo del libro è dedicato all’economia indiana che, all’indomani dell’indipendenza, è stata caratterizzata dalla cosiddetta “terza via” nerhuviana, un curiosum economico composto dal riconoscimento della proprietà privata e da una contestuale attribuzione d’importanza al ruolo dello Stato nella gestione pianificata dell’economia. Nel corso degli anni il sistema indiano ha attraversato la crisi valutaria del 1990, aggravata dallo shock politico conseguente all’omicidio di Rajiv Gandhi, nel 1991, e affrontata fermamente dal cosiddetto dream team, capeggiato dall’allora ministro delle Finanze Manmohan Singh e da quello del Commercio Chidambaram. Nell’ultimo decennio, il Paese ha posto in essere riforme strutturali tali da permettere la concorrenza tra pubblico e privato e un’integrazione sempre maggiore nel sistema economico mondiale. Di fronte al successo della corporate India, costellata da astri quali, fra gli altri, Lashkimi Mittalo o Ratan Tata, Armellini sottolinea anche come il mercato finanziario indiano non sia del tutto al sicuro da rischi o difficoltà contingenti, considerata la crescente discrepanza tra economia reale – e indici di produzione industriale – e moltiplicatori finanziari. Se, infatti, le previsioni di crescita hanno portato ai grandi gruppi industriali indiani una liquidità e un accesso al credito sui mercati finanziari molto superiore rispetto ai propri concorrenti occidentali, è vero anche che sussiste il rischio che semplici passaggi congiunturali producano un effetto domino amplificato, tale da produrre conseguenze ad ampio raggio sul mercato stesso.
La questione energetica è un altro punto sensibile toccato dall’autore in questo capitolo, poiché le prospettive di crescita del Paese portano con sé il necessario aumento della capacità energetica e il problema della sicurezza energetica nazionale. Le politiche di diversificazione delle fonti e del paniere energetico adottate dal Governo sembrano dimostrare l’attenzione della classe dirigente su un’istanza fondamentale per permettere al Paese di affrontare serenamente le proprie previsioni di sviluppo economico.
Infine, Armellini arriva ad affrontare il rapporto tra India e Italia, nato ai tempi dell’Impero Romano, fiorito dopo il ‘400 (e testimoniato dagli scritti di Marco Polo e Niccolò Mannucci) e affievolitosi contestualmente al graduale consolidamento del dominio britannico. Negli anni ’50, il dinamismo delle imprese italiane del boom economico ha fatto sì che l’industria del nostro Paese abbia contribuito alla motorizzazione della società indiana, fornendo al mercato macchine FIAT, Vespe Piaggio e Lambrette Innocenti. Queste imprese che, successivamente, hanno subito la concorrenza nipponica e sudcoreana, sono ora tornate a segnare la loro presenza – si pensi all’accordo del 2006 Tata/FIAT. I rapporti in itinere e le eventuali possibilità future sono una scommessa importante per l’Italia, che non deve dimenticare di essere stata a lungo il Paese industrializzato ad investire meno in India e, soprattutto, deve tenere presente che, quello indiano, è ormai uno sviluppato mercato di consumo caratterizzato da grandi numeri. A una giusta e motivata promozione del lusso e della gastronomia, punte di diamante dell’Italian Style, andrebbe accompagnato, per esempio, un maggiore coordinamento degli attori pubblici e privati, tale da seguire la condotta dei maggiori gruppi mondiali che stanno ponendo in essere joint ventures nel settore infrastrutturale o in quello agroalimentare. L’attenzione indiana verso l’esperienza italiana dei “distretti industriali” e l’interesse nel diversificare i propri rapporti economici per evitare l’accerchiamento del duopolio USA e CINA, è un ulteriore punto a favore per il sistema Italia che però, ammonisce Armellini, deve essere pronto a giocare la propria carta nel breve periodo perché la situazione, come è noto, si evolve con estrema velocità.
Nel suo libro, l’autore offre gli strumenti necessari per avvicinare “l’elefante indiano”, addomesticarlo e cercare di comprendere le dinamiche che lo caratterizzano, andando a toccare tutte le dimensioni che definiscono, condizionano e plasmano una realtà così complessa e sfaccettata.
Il ruolo istituzionale che Antonio Armellini ha ricoperto in India (Ambasciatore d’Italia dal 2004 al 2008), senza dubbio ha offerto all’autore un punto di vista privilegiato, permettendogli di entrare in contatto con le istituzioni e con tutte le componenti della società civile. Il valore aggiunto di questo testo, probabilmente, risiede proprio in questo: accanto a un quadro accademicamente documentato e ricco di dati importanti, Armellini offre al lettore un’India inedita, dove ai continui e interessanti paragoni con la realtà italiana si accompagnano le valutazioni di chi in India ha vissuto, ha lavorato, si è speso per comprenderla, “decodificarla” e renderla più comprensibile a un osservatore esterno.


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