di Eugenio Natali
Osservavo scarrozzare decine di belle donne in automobili lussuose, me ne compiacevo alquanto, sapevo di essere fortunato ad essere lì in quell’esatto momento. Sorseggiavo birra d’alto malto, con succulenti aromi al caffe’, il sole picchiava e il mondo visto ai miei occhi era comunemente perfetto.
Alla mia sinistra c’era Solange, in mini rossa e top nero con la coda da cavallerizza tutta in su’, come le sue adorate chiappette. Era una giornata di sole e la primavera c’era, era lì, dentro il mio naso, tra le fronde degli alberi e tra i boschetti di tutti noi. Vivi ed arrapati bevitori. Lei beveva di gusto un limoncello fresco fatto con dei limoni speciali. Un tale, un giovane cameriere che teneva d’occhio la coscia accavallata di Solange, quando lei si girò mostrando un po’ di pizzetti, perse l’equilibrio e cadde addosso a dei turisti Marocchini che imprecarono nel loro linguaggio. Risi al momento, mi venne anche una battuta, alla quale lei, non si sottrasse dal ridacchiare; ma finì il bicchiere d’un sorso e alzandosi di colpo si dirisse all’interno del ristorante. Al momento pensai a una pisciatina nervosa, ma tardò dei minuti, quando tornò indietro mettendosi apposto il toppino che stringeva i suoi seni perfetti, ripensai guardandola arrivare, così imbambolato a quella frase che le scrissi : “ Dai tuoi seni, la pace per il mondo “ . Ero in un momento felice, le nebbioline mentali e quel sognar ad occhi aperti, mi avevano lasciato un leggero stato di estasi. Quando lei arrivò al tavolo ed aprì la sua stronza bocca, fù come sentirsi cadere nel vuoto durante il sonno; non sò cosa cazzo fosse andata a fare dentro il fottuto ristorante, ma al suo ritorno al tavolo, era tutta eccitata mentre mi ordinava tra un miagolio e l’altro, che voleva andare a fare una scorta di questo limoncello. Naturalmente lo stronzetto gli aveva indicato il luogo esatto dove avrebbe potuto acquistarlo. Ovviamente era fuori mano, lontano decine di chilometri, voleva dire mettersi nel traffico di SUV e donne bellissime che cercano di depistare decine di migliaia di spasimanti nelle loro utilitarie a GaS MeTaNo. Voleva dire che il letto che tanto volevo riempire con lei il prima possibile, ubriacandoci selvaggiamente, sarebbe arrivato molto più tardi. Salimmo sul fottuto SUV, la signorina voleva guidare, impostò la via sul navigatore, una voce Romeno Carioca le indicò il tragitto, mentre lei ascoltava a tutto volume, un turbinio di “mp3” Hip Hop e RnB, alcuni ballucchiandoli sul sedile altri solamente cantandoli. Era veramente fica ragazzi, io odiavo ogni cosa che faceva, ma quando mi soffermavo a vederla, ad ammirarla, il mio cuore palpitava e i miei pensieri correvano a rifugiarsi in uno stato d’ebetezza allupata. Era così. Cazzo pensai, ormai ci dovremmo essere, notai che il navigatore non dava più segnali di vita, così lei cominciò ad innervosirsi e al primo svincolo dell’interstradale svoltò velocemente, fermandosi vicino ad un negozietto di un piccolo paese. Scese dal SUV senza guardare ed una macchina poco manca investiva lei e lo sportellone, ma ce la fece, riuscì ad attraversare ed entrare nel negozio. Il negoziante uscì appena leì fù dentro, un vecchio panzone con la barba incolta che non si lavava da decine di giorni, vendeva carni di manzo e salsicce appese al vetro di bottega. Il vecchio indicava un punto e lei chinandosi verso il bassotto, sporgeva quel culo paradisiaco all’infuori ed io cominciai a salivare come un cane. Il vecchio se ne andò e mentre lei tornava indietro, un fracasso di ferro e vetri interruppe i miei pensieri, mi girai di colpo e dall’altra parte della strada una Sting Ray del ‘75 aveva preso in pieno un cancello in legno e mattoni di una villa di campagna. Il tizio illeso non poteva credere ai suoi occhi guardando il macello che aveva combinato. La macchina era sepolta da detriti di tufo e pezzi di legno, Solange fece finta di niente e salì in macchina, disse la sua stronza cosa e rimise in moto. Il tizio della corvette la guardava, guardava Solange e non la sua adorabile macchina, guardava Solange…
Ora sapeva dove andare, disse che era molto vicino, mi fidai di quelle parole, cercando di distogliere la mente dalla Corvette rossa fiammante distrutta, mi fissai sulle sue tette, ogni tanto sfiorandogliele , cosa che le piaceva e dopo un poco con molto gusto stappai una bottiglia di ipa.
Un cartello indicava: Limoncello di Riano. Entrata libera.
Entrammo.
Lei si fiondò come una matta alla porta, bussando all’impazzata, io continuai a bere la mia birra, apprezzandone ogni sfumatura di sapore e gusto, guardavo ora la mia troietta assieme a due tizi mal vestiti e ruvidi in volto. Lei agitava le braccia in modo insulso, mimando e straparlando del limoncello che aveva bevuto poco fa e che ne voleva ancora. I due sghignazzavano ma avevano notato la mia presenza. Scesi con la birra in mano ed aprì il bagagliaio, poi dissi ad alta voce che volevo due casse del loro limoncello più puro e le volevo in fretta. Un frescone bello e buono arrivò traballando con le due casse in legno piene di melma giallastra. Volevano cinquanta euro, ne avevo quaranta; cercai di spiegargli che avevamo fatto molta strada, ma non voleva saperne, voleva una cassa indietro, mentre l’altro spizzava alla grande Solange, che come al solito si era seduta per terra con le gambe ritte e le braccia all’indietro. Anch’io soffermai a guardarla un attimo, sorrisi. Poi il Polacco, mi fece segno con la testa verso di lei, strizzandomi l’occhio. Gli dissi che volevo un’altra cassa. Accettò. Al suo schiocco di dita, l’esseretto traboccolante e strabuzzante corse all’impazzata, portandosi poi indietro un’altra cassa. I due mi sorrisero e si avvicinarono a Solange, che ovviamente non si era accorta di nulla, tutta presa dal suo neo sugli Appennini. Avevo ancora l’ipa in mano, un sorso ancora e la ruppi violentemente sulla testa di uno dei due, che cadde a terra accanto a lei. Solange urlò, l’altro si ritrasse un attimo, presi un pezzo di vetro da terra, puntandoglielo contro, esitò, dissi a Solange di correre in auto, lei come una pazza iniziò a ridermi addosso, chiamandomi pazzoide, ubriacone e così via. Il polacco scaltro come uno zombie mi prese alla sprovvista con un colpo mancino sul mento, caddi a terra. Ricordo Solange che corse alla macchina mentre io rimasi un attimo stordito, ricordo il rumore del motore vicino a me, poi un mezzo urlo strozzato e quando riaprii gli occhi ero seduto a bordo del comodissimo Suv.
Solange guidava alla grande verso casa, verso il nostro letto. Era felice, aveva abbastanza limoncello per tutta l’estate. Scelse una musica a me congeniale, il sole tramontava e mentre Leonard Cohen cantava Hallelujah, lei inchiodò sul ciglio d’una strada di collina. Per godere si, appieno di quel momento in cui io l’eroe malandato e lei la lunatica valchiria, avevamo voglia da ore ed ore di fare l’amore. Rimanemmo molti minuti ad ansimare guardandoci negli occhi, tra le lacrime di sudore che solcavano i nostri sorrisi guardavamo la stiva, ed era piena d’oro lucente.
E ripensai: “ Dai suoi seni, la pace per il mondo “.


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