di Eugenio Natali
Mi trovavo a Fuerteventura sull’autopista TF-1 a bordo del mio maggiolino cabrio, il sole bruciava ed un’emittente locale trasmetteva un intero album dei Ventures. Pezzi celebri come: “Hawaii Five-0, Sleep Walk, Pipeline, Walk don’t run, Wipe Out e Diamond Head”. Ero alla ricerca di me stesso, da cinque mesi vivevo su quest’isola e tutto finora era andato a meraviglia, mi sentivo a casa dopo tanto tempo.
Sfilavo tra le colline e l’oceano alla mia sinistra era uno spettacolo divino, fra le gambe avevo una bottiglia di tequila Somonque Oro e sul sedile accanto a me una decina di spicchi di lime, da succhiare. Viaggiavo ad alta velocità, quando purtroppo dal cofano cominciò ad uscire del fumo grigio rallentai subito, spensi il motore e scesi dall’auto. Il cofano bolliva, mi ustionai quattro dita e mentre imprecavo e infilavo le dita nel lime, il fumo divenne sempre più scuro ed un principio d’incendio stava iniziando a divorare la mia macchina. Presi tutti i miei oggetti e dato che non c’era nessuno sulla strada cui chiedere aiuto, trovai riparo vicino delle rocce e, seduto sopra un masso, guardai la mia auto andare in fiamme.
Lo spettacolo era notevole, non c’erano telefoni SOS su quella strada, i Bomberos non sarebbero arrivati a salvarmi l’auto e nessuno avrebbe visto quel piccolo inferno divorare le plastiche, i sedili, le ruote, il tettuccio apribile, far esplodere gli specchietti e fondere il vetro come fosse burro. Il fumo nero arrivò in alto ed era l’unica cosa nel cielo che non fosse di un colore blu perfetto, poi la radio smise di suonare ed anche la mia tequila finì, così la gettai contro il puzzolente incendio maledicendo la cattiva sorte. Non c’era neanche una nuvola in cielo e se non fosse stato per il forte vento, quella temperatura sarebbe divenuta presto insopportabile per me. Avevo un po’ d’acqua, ma non sarebbe stata sufficente sotto questo sole per percorrere con sicurezza quasi ventichilometri a piedi. Avrei dovuto attendere il tramonto e sperare che qualcuno prima o dopo sarebbe passato di lì.
Cosa che circa un’ora dopo accadde. Un’auto con a bordo tre ragazzi, si fermò e mi prese con se. Erano dei turisti Italiani in visita per un paio di settimane, emanavano adrenalina e quell’aria ringalluzzita sui loro volti bruciati mi fece pensare che erano ebri come me di quest’aria, dell’oceano, del cibo e delle donne nell’isola dove l’eterna primavera è realtà.
Uno di loro scattò una foto alla mia auto in fiamme mentre io dal retrovisore la guardavo e la lasciavo andare per sempre. Percorrevano anche loro la TF-1 a grande velocità, quel lunghissimo rettilineo che collega il nord al sud.
Dalla capitale Santa C. verso il grande sud, quello dei turisti e delle gigantesche meretrici.
Colpevoli di sentirsi liberi portavano quel vecchio motore, al massimo dei giri per tutto il tempo, con tutti i finestrini abbassati ed una radiuncola a tutto volume.
Durante il tragitto non proferimmo parola, quando arrivammo a destinazione scendemmo tutti, li ringraziai e andai via. Entrai in un locale, un pub aperto giorno e notte con una terrazza che dà sulla spiaggia, mi sedetti all’ombra ad ammirare il panorama.
La spiaggia era poco affollata, di solito c’erano gruppi di ragazzi che venivano da molti posti della Terra.
Helen la cameriera poco dopo venne a salutarmi con due baci sulle guancie, mi chiese come stavo e che le piaceva terribilmente la mia camicia. Gli dissi che l’avevo acquistata da una vecchia imballata di soldi alla quale era morto il marito, quell’uomo aveva un migliaio di camice in pura seta. Lei sorrise e si sedette accanto a me, parlammo del più e del meno per qualche minuto, gli altri clienti aspettarono di chiamarla, qualcuno aveva sete ma non si azzardarono ad interromperla, in quel momento.
Forse sembravamo intimi, o forse non so, ma quei minuti scorrevano in libertà e lei si scordò delle altre sette ore di lavoro che la aspettavano. Io avevo una voglia matta di tequila e birra, ma aspettai, mentre l’ascoltavo parlare della nuova casa dove è andata ad abitare e della nuova ragazza che si è trovata. Helen l’ho conosciuta a un festino dentro una grotta nella zona Nord Ovest dell’isola; la prima cosa che mi disse mentre baciava in bocca un altra ragazza è stato :“Adelante!!” urlando mi prese per la mano e mi strascinò all’interno del posto, facendomi bere chissà cosa e buttandomi addosso tutte le ragazze che incontravamo per la strada.
Le chiesi da bere, lei mi sorrise e si alzò.
Per un po’guardai la spiaggia e le onde dell’oceano.
Poi una voce interruppe il suono del mare, una voce femminile che non avevo mai sentito.
“E’ libero qui?”
Senza voltarmi, risposi di si.
Arrivò Helen poggiando la tequila e la birra sul tavolo, mi coprì dalla vista quella donna e strizzandomi l’occhio chiese cosa volesse da bere.
Io ancora non l’aveva vista in volto mentre ordinava vodka e succo d’ananas, notai che aveva dei bellissimi piedi, le dita erano affusolate e le unghie molto curate.
Prima che Helen se ne andasse mi voltai di nuovo verso l’oceano, come se fossi solo in quel momento.
“Non beve?”
Mi voltai lentamente; capelli ricci nero corvino che le coprivano leggermente dei magnifici occhi verdi, le labbra strette che sembravano voler imitare le spirali dei suoi capelli. Era più grande di me di qualche anno, mi piacque subito ma pensai ad una puttana.
Le risposi afferrando il bicchiere colmo di tequila, con un bel sorso lo mandai tutto giù, poi presi la birra e raffreddai l’incendio.
Ripensai alla mia macchina, sapevo che sarei dovuto andare alla polizia, ma non me ne fregava niente in quel momento.
Lei sorrise e si accese una sigaretta e mentre la fumava con il braccio all’insù, mi osservava puntandomi quegli occhioni addosso. Le chiesi come si chiamava.
“Patricia”
Dopo che lei disse il suo nome, cominciai a sentire delle urla provenire dalla strada, divenivano sempre più forti ed erano urla di gente pazza in qualche modo preda del delirio più totale. Speravo di sbagliarmi ma stavano entrando nel locale, vidi Helen cercare di chiudere la porta, ma non fece in tempo, la peste riuscì ad entrare comunque. Mi affacciai per vedere meglio e notai che erano i tre dello strappo sull’autopista. Cazzo pensai. Non devono riconoscermi o sarà la mia fine.
Mi voltai di nuovo verso l’oceano.
“Sei innamorato?“
Lei dolcemente mi chiese ed il mio cuore iniziò a battere molto forte; poi quando sentendomi toccare la spalla da una mano sudicia e l’aria divenne pestilenziale per le sue parole mentre urlava nel raccontare agli altri chi ero: “quel poveraccio della macchina andata a fuoco”, mi sentii morire. Urlava come la santa inquisizione, mentre prendeva, come fosse il padrone di ogni cosa, la mia birra dal tavolo e la versava nella sua immonda bocca.
E quel locale divenne per interminabili istanti il luogo peggiore dell’isola; Patricia si alzò di colpo e se ne andò, mentre le altre due pesti bubboniche si sedevano ai posti vicino a me. Imbrattandomi l’anima con la loro voglia di farmi ridurre nel loro stesso stato e aiutarli a distruggere l’universo.
Mi voltai ancora verso l’oceano e chiusi gli occhi, cercando di dimentirare chi ero, cosa ci facessi lì e cosa avrei incontrato dopo la mia morte.
Poi lei mi parlò di nuovo e disse:“Amame cuando menos lo merezca que será cuando más lo necesite.”
Riaprii gli occhi e la vidi camminare fra le onde, mentre dolcemente il mondo le scivolava attorno.


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