"Controversy / I'm so thirsty / Got no mercy"

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06/7 2010

Un vecchio sorcio

di Eugenio Natali

A volte rimango a dormire e sento qualcosa dentro me che ha come voglia di abbandonarmi. Consapevole che se non tirassi sù subito le coperte, quella parte di me lascerebbe il mio corpo per dirigersi altrove, oltre la finestra e verso il cielo a cercar qualcun’altro che magari la merita veramente… La notte scorsa ero aggrappato ad un lampione per non scivolare tra le coscie umide come pan bagnato d’una puttana di periferia. Mi accasciai per terra, avevo perso le forze ma sudavo e tanto, decisi di mollare e pensavo stanco a quel sorcio che girava attondo ad un vecchio cacio cavallo.

Ti ammazzerò in sogno vecchio cacio cavallo di un sorcio”.

Mi rialzai all’alba e camminando me ne tornai nella stanza del motel per dormire fino a tardo pomeriggio. Mi svegliai con un messaggio nella segreteria telefonica, ma non ci pensai, accesi la radio, davano un pezzo nostalgico Forever Autumn di Justin Hayward poi guardai fuori dalla finestra e mi parve una bella giornata dal riflesso del cielo sulla finestra del palazzo di fronte al mio. Quel messaggio in segreteria era di Margherita, mi ricordava del nostro appuntamento a Villa Torlonia per le cinque di quel giorno. Mi misi addosso i miei stracci, presi la sigarette e un paio di bottigliette di vodka che avevo fregato in un motel qualche giorno prima ed uscii. Lasciai la radio accesa pensando che a qualche mio vicino forse, avrebbe fatto piacere un po’ di compagnia musicale.

La villa non era molto lontana, camminai lentamente tra le vie della città guardando gli altri vivere vite che io forse neanche riuscivo a immaginare; affetti, famiglie, lavoratori, viaggi, amanti, figli, natali e compleanni, grandi case piene di balocchi adornate con alberi da frutta, piscine colme di perle e letti d’oro smaltati con porcellane finissime. Margherita, qualche giorno prima mi aveva parlato che un suo vecchio amico le aveva regalato una cosa che l’avrebbe fatta stare meglio per un po’ di tempo. Lei come me, era malata di malinconia e i ricordi di un passato felice la lasciavano inerme e depressa dinanzi questo orribile e solitario presente. Io la conoscevo da sempre ed era l’unica donna e amica della mia squallida vecchiaia. Mi fermai un momento addossandomi ad un camioncino per bere un po’ e poi continuare la mia camminata verso la villa pubblica. Un’auto si fermò poco vicino a me, nessuno degli occupanti mi notò ma la radio dell’auto suonava una vecchia canzone, per loro all’interno del veicolo quella musica non significava nulla, neanche riuscivano a sentirla forse. Per me invece con le labbra umide di vodka e l’anima malata, sentire quella voce e quei suoni, in quell’esato momento fece volare in alto il mio cuore, ricordandomi la giovinezza.

Il sentiero e la terra intorno a me erano ricoperti di foglie gialle ed arancioni, gli alberi ancora non del tutto spogli disegnavano il paesaggio completando meravigliosamente l’opera del Sole che riscaldava ancora, quella giornata di metà ottobre. Vidi arrivare Margherita da sopra una collinetta, ci avvicinammo e sorridendo ci abbracciammo per un poco. Poi lei mi prese per mano. Mi portò a sedere s’una sponda in marmo vicino ad un campo dove c’erano molti ragazzi che giocavano a pallone.

Parlammo del più e del meno per molti minuti, poi le chiesi cos’era quella cosa che le aveva dato il suo amico.

Disse che l’aveva con sé e che fra poco me l’avrebbe mostrata.

Stemmo in silenzio per un po’, notai che qualcosa in lei era peggiorato, non era stata mai stata bella, ma ultimamente oltre alla vecchiaia era ingrassata e il viso era lucido e pieno di brufoli rossi come se avesse usato l’olio per lavarsi. Dalla tasca tirò fuori una busta di plastica con dentro della robba che a prima vista mi sembrò delle linguine di banana rinsecchite. Quando se ne mise un po’ sul palmo della mano capii che non erano pezzi di banana ma qualcos’altro, mi avvicinai per annusarli e sentii un odore nuovo che mai prima il mio olfatto aveva provato. Di fronte alla mia perplessità, lei mi disse che erano dei funghi allucinogeni secchi e che quelle erano due porzioni. Pensai al tizio che le aveva dato questa roba, doveva volerle veramente bene, per voler donar sorrisi a quella povera donna. E al contrario di molti posseduti dai loro oggetti, noi che non avevamo niente di materiale ci lasciammo possedere dalla droga. Appoggiammo le nostre schiene al muretto e delicatamente tra il calar del Sole e il raffreddarsi dell’aria, ci stringemmo, cercando un po’ di calore reciproco. Chiusi gli occhi e l’unica cosa che udivo era il suo respiro ed i bambini giocar a pallone. Non so quanto tempo dopo spalancai di nuovo gli occhi, ma c’era qualcosa di diverso, la luce del tramonto era molto rossa, i pochi raggi che colpivano la terra erano intensi fasci di luce che disegnavano tra le gambe dei bambini degli attimi stupendi, mentre quelle loro grida ora così angeliche, mi commossero e piansi di felicità. Poco dopo fui preso da un inconscio istinto e mi diressi verso uno di quei fasci infilando una mano nella luce, notai esterefatto che infinite spirali si disegnavano continuamente sulla mia pelle. Poi la luce si ritrasse, io per un po’ le stetti dietro ma scomparve all’improvviso, lasciandomi nell’oscurità e nel silenzio più totale. Da lontano Margherita mi chiamò a se, riuscivo ancora a vederla mentre con la mano mi chiamava. Al mio ritorno mi strinse forte alla vita, stava tremando, anche io non mi sentivo tanto bene, così mi trascinò a terra e lentamente si tolse la gonna e le mutande. Mi avvicinai al suo clitoride, era mastodontico e con mio stupore sembrava crescere nel passare dei secondi, crebbe a tal punto che rimase solo lui alla fine a riscaldarmi, in quella fredda e buia notte d’autunno.

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