
“Restrepo”, Sebastian Junger – Tim Hetherington, 2010
Afghanistan, Korangal Valley, anche conosciuta come ‘valle della morte’. Qui nel 2007 hanno avuto luogo più della metà degli scontri tra gli insorti e l’esercito degli Stati Uniti, prima che questo fosse costretto al ritiro. È qui che veniamo paracadutati insieme al Secondo Plotone del 503° Reggimento di Fanteria Aerotrasportato: un gruppo di giovani soldati, alcuni alla loro prima esperienza in guerra, si ritrova schierato per quindici mesi a difesa dell’avamposto più estremo e rischioso dell’intero conflitto. Con loro ci sono il giornalista Americano Sebastian Junger e il fotografo inglese Tim Hetherington, maestri nel catturarci e coinvolgerci senza mezze misure in questo viaggio sull’orlo del baratro.
La storia inizia a Roma con le risate, gli slogan e le prese in giro nel vagone di un treno pochi giorni prima della partenza e si conclude con gli sguardi spenti e le voci rotte dai ricordi di chi è sopravvissuto. In mezzo c’è La guerra degli americani, raccontata in chiave emotiva senza artifici, descritta nella sua veste moderna, fotografata a quota zero con gli occhi di chi la sta vivendo. Ci sono le attese estenuanti e le imboscate improvvise. L’agghiacciante esultanza di un soldato appena ventenne che scarica la sua arma verso un punto nero appena percettibile tra i cespugli, il panico nel ritrovarsi sotto un inferno di colpi che sembrano provenire dall’intera vallata. Ci sono le gerarchie e i codici, le tattiche e gli errori gravidi di vittime civili. Lo smarrimento nel venire a conoscenza della morte del proprio superiore, la sensazione di trovarsi persi in una lingua di terra nemica. Ci sono gli afghani e le loro case, fuori delle quali assistiamo ai primi contatti, alle incomprensioni, ai momenti di silenzio e alle occhiate incerte. C’è l’arrogante fermezza dei soldati statunitensi nel condurre le trattative con gli anziani, che allisciandosi le lunghe barbe rosse ascoltano distratti l’offerta del sergente di turno, convinte del fatto che anche stavolta la capacità del loro popolo di resistere alle invasioni avrà la meglio. Infine non c’è il nemico, o meglio è dappertutto.


La scelta registica di far vivere la guerra solo da ‘questa’ parte e la totale assenza di immagini dei guerriglieri talebani, trasmette con incisività la sensazione di trovarsi a combattere contro qualcosa di inafferrabile, una forza apparentemente incorporea e quindi invincibile.
La qualità video ad alti livelli (avrebbe stupito il contrario considerando la produzione National Geographic), e i frammenti di interviste ai reduci-protagonisti, anch’esse di alto contenuto emotivo, completano l’opera e le conferiscono il valore giustamente riconosciuto dal premio Gran Jury come miglior documentario al Sundance Festival del 2010.
Della guerra, e di questa guerra in particolare che caratterizza il nostro tempo, si è giustamente scritto e discusso tanto. Soffermarsi un paio d’ore a vedere quello che accade, come accade, senza filtri, può valere più di tante parole.


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