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02/2 2011

Helmut Berger mi ha quasi bruciato casa

di Eugenio Natali

Helmut Berger una sera stava per bruciare la mia casa, aveva dato fuoco all’appartamento da solo addormentadosi ubriaco sul letto con la sigaretta accesa. Ricordo il fumo per le scale e nella mia stanza, ricordo la polizia che lo portava via. Preferivo pensare male di uno come lui all’epoca, forse lo odiavo ma ne ero anche molto incuriosito. Dei suoi film avevo intravisto soltanto “Ludwig” e “Gruppo di famiglia in un interno” ma non riuscivo ad apprezzarli, non li capivo, mi erano estranei. Ero condizionato forse dal giudizio che avevo avuto di quell’uomo che vedevo spesso dimesso e ubriaco aggirarsi per l’androne del mio palazzo. Sorrido ancora pensando alle strepitose situazioni in cui spesso mi trovavo coinvolto quando ritornavo a casa, di solito c’era lui assieme al portiere Titta che discutevano o litigavano, o a volte c’erano anche altri condomini.

Un vero spasso.

Durante quel periodo della mia vita i miei film preferiti erano “Taxi Driver”, “ Platoon” , “C’era una volta in America” e “Rocky”.
“E.T.”  mi faceva paura. Avevo bisogno di figure forti, di eroi, di uomini pronti a tutto per la propria causa. Non volevo che la figura di Helmut Berger mi rovinasse il mio immaginario cinematografico.

Mia madre invece di Berger ne era completamente affascinata, fin da ragazza aveva sempre amato quell’uomo, in qualche modo lo sentiva vicino, lo capiva. Ricordo che era un uomo buono, spesso gli altri condomini si arrabbiavano quando facevamo casino con gli amici per le scale o nell’androne, ma lui al massimo usciva fuori dalla porta, si faceva una risata e con il suo accento tutto particolare ci chiedeva gentilmente di fare meno chiasso. Era un uomo buono.

Chiese a mia madre un mobile che avevamo fuori dalla porta d’ingresso, ricordo che le disse che gli piaceva tanto e che lo avrebbe tanto voluto in casa sua. Mia madre gli regalò quel mobile.
Helmut allora regalò a mia madre una pianta, non ricordo il nome della pianta, ma era una gran bella pianta, che tuttora è all’ingresso di quel palazzo. Aveva un bel vaso e faceva la sua figura all’ingresso. Poi gli regalò un poster autografato da lui del film “Ludwig” .
Quel poster è ancora qui con me, ora è incornicato e ci tengo.

Dopo questi fatti, comunque la mia voglia di conoscere quell’uomo non aumentò, anzi, diminuì e mi arrabbiai più di una volta con mia madre.
Ero geloso. Avrei preferito cento mila volte di più uno come Robert De Niro o Al Pacino.

Ma non si può avere tutto dalla vita, poi magari loro si sarebbero arrabbiati con me che gli calciavo la palla contro la porta di casa con tutta la forza che avevo. Lui invece mi sorrideva. “These boots are made for walkin’” canta Nancy Sinatra. In quel periodo sognavo spesso di lanciarmi dal quarto piano di casa mia e di arrivare a terra completamente illeso. Erano uno spasso quei sogni.Avevo circa quindici anni e mi sembrava del tutto normale che nel mio palazzo ci fosse Helmut Berger. Spero che stia bene ora, veramente, ancora mi dispiace se ci penso, quando una sera tornato un po’ ubriaco da una festicciola, gli ho aperto la posta e l’ho buttata nella tromba dell’ascensore. “Scusa Helmut, mi dispiace.”

Era un grande uomo in fin dei conti, aveva avuto grandissimo successo e aveva partecipato a film che hanno fatto la storia del cinema.
Tutt’oggi però non riesco a vedere i suoi film in modo normale, ne sono sempre personalmente coinvolto, mi rendo conto di avere un pregiudizio, il mio immaginario nei suoi confronti è inevitabilmente corrotto.

Era un uomo buono, un uomo vero. Beveva, scopava, urlava, litigatava, spaccava tutto, s’innamorava, si disperava, aveva fatto la storia del cinema, era un artista, era un bellissimo uomo, aveva charme e carattere, aveva uno stile unico. Era un Uomo. Helmut Berger.

Un giorno però Helmut andò via dal mio palazzo. Non so perchè, ma una mattina mi svegliai e lui non c’era più. Il palazzo era in festa, avrei dovuto essere anch’io felice di essermi liberato di quel fastidioso vicino, invece no, mi resi conto che mi dispiaceva che se ne era andato. Mi passarono in testa decine di cose che avrei voluto chiedergli. Mi sentii una testa di cazzo. Ascoltai dal walkman decine di volte di seguito “Innuendo” dei Queen seduto sulle scale d’entrata del palazzo, pensando ad Helmut. Non dissi niente a nessuno.

Poco dopo un mio amico più grande del quartiere mi regalò “Storie di ordinaria follia” di Charles Bukowski. Forse era uno dei primi libri non scolastici che ho avuto per le mani.
Lessi il primo racconto, e poi tutti gli altri, decine di volte.
Quel libro mi cambiò la vita e il modo in cui avevo sempre pensato ad Helmut Berger.

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