“Armadillo”, Janus Metz, 2010

Il 2010 è sicuramente un anno in cui il documentario embedded ha suscitato grande interesse nei festival internazionali di cinema, nella critica e nei media. In Italia, dove tutt’ora questo genere riscuote uno scarso interesse, c’è stata soltanto qualche recensione di prodotti come Armadillo oppure del suo gemello Restrepo (candidato nella sezione “Best Documentary” agli Oscar 2010).
Realizzati nello stesso anno, il primo al fianco delle truppe danesi mentre il secondo di quelle statunitensi, questi documentari sono degli spaccati inediti della vita militare attuale e della guerra in Afghanistan. In quello americano la Korangal Valley e l’avamposto dei militari situato in essa, sono per lo spettatore dei luoghi incredibili da scoprire, e le interviste fatte ai soldati dopo il rimpatrio contribuiscono a strutturare la narrazione. Armadillo invece è desolante. Rispecchia l’insensatezza di questo ostinato conflitto bellico, ormai decennale, e soprattutto prova a raccontare la figura del militare contemporaneo.
Il documentario si svolge nella provincia di Helmand (zona in cui si registra la più grande produzione di oppio del mondo), presso la base operativa avanzata “Armadillo” che ospita, oltre alle truppe danesi tra cui c’ è il plotone protagonista, anche quelle britanniche. Grazie all’incredibile lavoro svolto dal regista e la sua crew è nato un documento prezioso innanzitutto per analizzare il conflitto. Se l’obiettivo della missione afgana era quello di proteggere i civili e garantire la sicurezza così da poter avviare quei processi politici necessari per risollevare la nazione, le immagini comunicano esattamente l’opposto. La missione sembra un eterna caccia al nemico. Quotidianamente i militari si scontrano con una resistenza composta da pochi uomini alla volta, nascosta tra il territorio e la popolazione, sopravvissuta alla Russia e oggi in lotta contro il nuovo invasore. La compagnia di ussari avanza in fila indiana tra campi coltivati e pianure che si estendono a perdita d’occhio, grazie ai radar e alle telecamere dei piccoli droni da ricognizione, scopre dove i talebani nascondono l’artiglieria, i loro rifugi, risponde quotidianamente al fuoco nemico spesso difficile da localizzare, continuando una ricerca tanto incessante quanto impossibile. Quando gli abitanti locali iniziano a scappare è segno che la pattuglia sta per essere bersagliata nuovamente. E gli stessi civili che dovrebbero essere protetti da queste missioni, diffidano da quelli che ai loro occhi appaiono come conquistadores piuttosto che peacemaker. Uno dei pochi momenti di contatto tra l’esercito e la popolazione è il rimborso, con modeste quantità di denaro, per le persone uccise o per i beni andati persi nelle azioni di guerra.
E’ in questo scenario appena descritto che si delineano i tratti psicologici dei soldati contemporanei. Nonostante i pensieri e le idee di questi uomini rimangano in parte offuscate, si scopre come, per i più giovani, la scelta di una carriera militare sia del tutto priva di quel romanticismo illusorio di difesa della patria e dei propri ideali, oppure dell’interesse economico di una vita nell’esercito. Le ragioni alla base della scelta sembrano essere il senso d’appartenenza al gruppo, l’amicizia che si sviluppa in missione e la voglia di sentirsi importanti, come se fosse necessario andare in guerra, uccidere o essere uccisi per soddisfare questi sentimenti. L’incomunicabilità della propria condizione da parte dei militari è onnipresente in Armadillo: per una delle figure leader del plotone, è incomunicabile verso i propri compagni la sofferenza in ospedale dopo essere stato ferito; per Mads è incomunicabile verso la propria madre la scelta di partire militare.
La capacità del regista di riuscire a sfruttare molti punti di ripresa per poi montare tutto il girato alla stregua di un film, con tanto di diverse inquadrature anche nelle situazioni più concitate, ha spinto qualcuno a considerare Armadillo come un mokumentary. Nonostante alcuni momenti sembrerebbero difficili da rubare alla realtà, sarebbe stato impossibile ricostruire molte delle scene a cui si assiste nel documentario; inoltre, va ribadito il principio per cui un soggetto consapevole di essere ripreso tenderà sempre ad alterare il suo comportamento, sopratutto prima di sviluppare una certa abitudine all’obiettivo puntato. Ma non per questo la realtà che emerge sarà meno autentica.
qui troverete i sottotitoli in italiano a cura di Undercore
The Guardian e Il Fatto Quotidiano su Armadillo
da Cafè Babel un estratto del Cannes Critique Blog

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